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Abitare per Abilitare

Di Elena Donaggio, manager a|place

*grazie a Giovanni Teneggi per avere ispirato il titolo (e non solo).

L’impresa può essere un soggetto di sviluppo locale nella misura in cui abilita processi di innovazione sociale in filiera con il settore pubblico. Ripensare la relazione tra impresa e territorio vuol dire immaginarsi e agire come abitanti dei luoghi dove hanno sede le attività.

Ad Avanzi lavoriamo su temi legati alla sostenibilità da oltre vent’ anni e da qualche tempo riflettiamo intorno a una domanda: può un’impresa configurarsi come soggetto abilitante di politiche e pratiche di sviluppo territoriale? Può diventare soggetto capace di leggere e interpretare le potenzialità dei territori per promuoverle attraverso progetti mirati?

Occuparsi di sostenibilità, oggi, significa assumere, con la massima serietà, l’idea che sia necessario uno sviluppo che tenga insieme innovazione e inclusione.
Uno sviluppo che contempli la collaborazione di pubblico e privato, che lavori sulla compensazione e l’attenuazione degli squilibri territoriali, dentro a un campo di azione che pensiamo sia utile, per non dire indispensabile e urgente praticare.

In questa nostra riflessione abbiamo individuato alcune domande che rappresentano uno snodo cruciale. Tra queste esercitano un grande fascino quelle che riguardano tanto le imprese, quanto, più in generale, la comprensione delle dinamiche e dei contesti locali.
Come si comprende quali sono le leve che muovono le comunità?
Quali sono le rappresentazioni capaci di generare nuove visioni e aggregare intorno ad esse soggetti capaci di calarle a terra? Quale è la «giusta distanza» a cui porsi per beneficiare dell’imparzialità dello «sguardo da fuori» ma al tempo stesso essere prossimi abbastanza per comprendere le dinamiche locali?

La risposta è tutt’altro che scontata e per un’impresa ancora meno banale.
Lo scambio antico tra impresa e territorio era semplice: il capitale dava lavoro e in cambio estraeva valore. Questa dinamica è ancora attuale, oggi però lo scambio è più complesso; c’è un nuovo orizzonte antropologico da stabilire al fine di inquadrare la relazione tra un soggetto imprenditoriale e una comunità locale.
Un esempio su ciò che intendiamo per orizzonte antropologico ci viene offerto da ciò che emerso in maniera evidente nel corso di alcune esperienze concrete: il modo – il come – approcciamo la ricostruzione tra l’impresa e i territori in cui è presente è di cruciale importanza.

In questo orizzonte nuovo, riteniamo che la chiave di questa rinnovata relazione, tra impresa e territorio, comporti uno spostamento dall’idea di occupare un territorio al concetto di abitare.
In altri termini, per essere abilitante, cioè attore dello sviluppo di un territorio, un’impresa deve essere abitante e non più solo occupante. Essere abitanti (ed essere riconosciuti come tali) non è un’operazione scontata.

Nel nostro modo di vedere, il passaggio alla condizione di abitante significa condividere un pezzo di destino, capire come con il proprio stare si possa diventare parte attiva delle dinamiche di sviluppo di uno specifico contesto.
Per raggiungere questa condizione o almeno avviarsi in questa direzione è fondamentale farsi prossimi, e farsi prossimi vuol dire passare più tempo nei luoghi che indaghiamo, un tempo più ampio del tempo breve della ‘missione’. Le analisi desk se non supportate da interpretazioni raccolte direttamente dai territori sono lettera morta.
Di questo ormai siamo certi. Se le imprese vogliono costruire visioni, narrazioni (e progetti) convincenti devono stare sul territorio.

Questo significa accettare che il capitale di conoscenza del territorio è qualcosa che va capito. Il riconoscimento e la comprensione del capitale territoriale sono necessari per trasformarlo.

Un’impresa che voglia essere abitante ha la necessità di trovare le frequenze capaci di aprire un dialogo su temi comuni di interesse, di aggregare intorno ad esse gli innovatori ma senza risultare, al contempo, estranee al resto della comunità.

Tradotto in linguaggio imprenditoriale vuol dire che è necessario identificare ambiti di intervento prossimi agli interessi dell’impresa, o meglio, ambiti che si trovino negli spazi di sovrapposizione tra interessi del territorio e interessi aziendali e abbiano intrinsecamente a che fare con il purpose dell’impresa.
Più questo legame è chiaro, maggiori saranno le possibilità di risultare convincenti nel dialogo con le comunità locali, di rispondere convintamente alla domanda «perché lo faccio?», in una esplicita logica win-win.

L’identificazione di queste poste in gioco mutualmente vantaggiose e in grado di massimizzare gli interessi degli attori è un passaggio obbligato se si vuole avere un posizionamento credibile come soggetto interessato allo sviluppo dei territori. Detto in altro modo, la scelta degli ambiti su cui intervenire rappresenta la chiave di volta nel dialogo con i territori.

Le caratteristiche che connotano questa nuova relazione hanno a che fare quindi con il suo essere:

  • Non più estrattiva ma capace di interrogare e dialogare con il territorio;
  • In grado di sviluppare prossimità, condizione che non misura la distanza fisica ma la disponibilità a muovere verso;
  • Abile a scoprire e co-costruire le vocazioni, scegliendo gli ambiti e gli attori con cui confrontarsi.

Per costruire una relazione nuova è dunque fondamentale che l’impresa sviluppi una rappresentazione propria dei territori dove risiede accettando anche, se necessario, di mettere in discussione visioni costruite e cristallizzate nel tempo.
Bisogna esercitarsi alla prossimità, stare sui territori, individuare aree di progetto condivise, ambiti che siano percepiti come istituenti di rischio e interesse comune.

Immagine in copertina: Ivan Bandura

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