
Quando le inchieste della Procura di Milano hanno portato sotto i riflettori le filiere di alcuni grandi marchi della moda italiana, in molti hanno scoperto un fenomeno che a Prato viene denunciato da decenni. Nel più importante distretto tessile del Paese, infatti, le condizioni di lavoro e l’organizzazione della produzione sono da tempo al centro di scioperi, vertenze e mobilitazioni sindacali.
Per comprendere meglio cosa sta accadendo, abbiamo intervistato Francesca Ciuffi di Sudd Cobas.
A Prato si concentra una delle più importanti aree produttive della moda italiana: un sistema che coinvolge migliaia di imprese e che alimenta sia il mondo del fast fashion che alcune delle filiere del lusso più note al mondo.
Sudd Cobas, sindacato di base attivo in diversi comparti della filiera tessile e logistica, opera nel distretto dal 2018 supportando le rivendicazioni dei lavoratori e lavoratrici: applicazione dei contratti collettivi, contratti regolari e rispetto dell’orario ordinario.
Che la campagna simbolo del sindacato si chiami “8×5” – una delle richieste principali è quella di avere il diritto di lavorare (solo) otto ore al giorno per cinque giorni alla settimana – restituisce la misura delle condizioni denunciate. I lavoratori raccontano turni che vanno dalle dodici alle quattordici ore al giorno, per sei o sette giorni alla settimana, salari che si attestano intorno ai sei/ sette euro l’ora, e situazioni di lavoro nero o irregolare. Spesso tutto questo convive con contratti part-time formalmente regolari, che finiscono per nascondere quantità di lavoro effettivamente svolto molto superiori a quello dichiarato.
Dal 2019, attraverso scioperi e vertenze collettive, che hanno riportato il conflitto di fronte ai cancelli delle fabbriche, il movimento di sindacalizzazione si è progressivamente esteso lungo tutta la filiera, dal tessile tradizionale alla pelletteria fino al pronto moda.
Centinaia di accordi sottoscritti negli ultimi anni hanno contribuito a diffondere il fenomeno, mostrando ai lavoratori che il miglioramento delle loro condizioni fosse concretamente raggiungibile. In diverse occasioni le proteste sono state accompagnate da tensioni, minacce e aggressioni; eppure, proprio la costruzione di una rete di solidarietà tra lavoratori e lavoratrici ha permesso al movimento di consolidarsi nel tempo.

UN PROBLEMA STRUTTURALE
Nel corso degli anni il sindacato ha riscontrato situazioni di mancata tutela di diritti in aziende del comparto tessile a conduzione cinese, italiana e pachistana, mettendo in discussione una narrazione che tende spesso a individuare il problema esclusivamente in alcune componenti della filiera.
Il fenomeno non è dunque da attribuire a specifiche comunità imprenditoriali, quanto al modo in cui è organizzata la produzione.
Negli ultimi decenni il distretto pratese ha infatti vissuto una progressiva frammentazione del processo produttivo: se in passato una parte consistente delle lavorazioni era concentrata in poche aziende, oggi la produzione è distribuita tra migliaia di imprese specializzate, ciascuna responsabile di una singola fase – tintura, stiratura, applicazione di zip e bottoni, confezionamento, imballaggio e altre lavorazioni specifiche.
Il risultato è una filiera estremamente polverizzata, nella quale il prodotto finale attraversa numerosi passaggi – e imprese – prima di arrivare sul mercato.
Questo meccanismo riguarda tanto il pronto-moda quanto il lusso. Se nell’immaginario collettivo i grandi marchi vengono spesso associati a produzioni realizzate direttamente in-house, la realtà delle filiere è molto diversa. Le aziende capofila progettano, sviluppano i campioni e si occupano del marketing; la produzione, invece, si snoda attraverso una lunga catena di fornitori e subfornitori.
È lungo questa catena che le condizioni di lavoro progressivamente peggiorano. Il primo fornitore diretto, che è solitamente caratterizzato da standard più elevati, finisce così per rappresentare un filtro, spesso solo formale, tra il brand e le condizioni effettive in cui viene realizzato il prodotto.
UNA CLAUSOLA SOCIALE PER LA FILIERA
Per i lavoratori, questa organizzazione della produzione ha una conseguenza particolarmente rilevante: la facilità con cui le commesse possono essere spostate da un’azienda all’altra.
Alcune vertenze degli ultimi anni hanno mostrato concretamente questo meccanismo: in diversi casi, dopo la sindacalizzazione dei lavoratori o il miglioramento delle condizioni contrattuali, le produzioni sono state trasferite altrove, lasciando le aziende coinvolte senza attività e i dipendenti esposti alle conseguenze delle scelte del committente.
È anche per questo che il sindacato chiede da tempo l’introduzione di una clausola sociale nel settore della moda. In comparti come la logistica o i servizi, quando un committente cambia appaltatore i lavoratori mantengono il diritto a essere riassorbiti dalla nuova azienda. Nella moda, invece, una tutela di questo tipo non esiste.
Secondo Sudd Cobas, il rischio è che chi si organizza per migliorare le proprie condizioni di lavoro finisca per perdere il posto insieme alle commesse. L’obiettivo della clausola sociale sarebbe proprio quello di interrompere questo meccanismo, garantendo continuità occupazionale anche quando la produzione viene trasferita a un nuovo fornitore.

UN ESPERIMENTO DI RESPONSABILITÀ CONDIVISA
Un caso di particolare interesse riguarda una stireria che lavorava per diversi marchi della moda di fascia medio-alta. Dopo la sindacalizzazione dei lavoratori e la firma di un accordo che aveva portato all’applicazione del contratto tessile, l’azienda ha progressivamente trasferito le lavorazioni altrove, lasciando senza occupazione i dipendenti che avevano partecipato alla vertenza.
Di fronte a questa situazione, Sudd Cobas ha chiesto alla Provincia di Prato l’apertura di un “tavolo di filiera” che coinvolgesse sindacato, istituzioni e brand committenti. Dopo mesi di mobilitazioni e trattative, i marchi hanno accettato di partecipare al confronto e hanno contribuito all’individuazione di una nuova impresa disponibile ad assumere i lavoratori con contratti a tempo indeterminato, garantendo continuità occupazionale attraverso nuove commesse e accettando di riconoscere tariffe compatibili con il costo di un lavoro regolare.
Un risultato innovativo non tanto per il suo esito, ma per il metodo adottato. Per la prima volta, infatti, si sono riunite istituzioni, sindacato e grandi brand per affrontare congiuntamente una crisi occupazionale e individuare una soluzione condivisa che possa essere di riferimento per l’intero settore.

OLTRE GLI AUDIT
La vicenda pratese solleva anche interrogativi sugli strumenti oggi utilizzati dalle imprese per monitorare le proprie filiere. Molte delle aziende coinvolte nelle vertenze risultano infatti sottoposte ad audit o in possesso di certificazioni sociali. Eppure, racconta il sindacato, questi strumenti raramente si sono dimostrati in grado di intercettare o correggere le condizioni di sfruttamento denunciate dai lavoratori.
Gli audit – ovvero verifiche condotte dalle imprese o da soggetti terzi per controllare il rispetto degli standard di sicurezza, ambientali e e sociali – sono spesso programmati e basati su verifiche documentali che non sempre riescono a restituire la realtà concreta dei luoghi di lavoro.
Una critica che richiama un interrogativo sempre più centrale anche nel dibattito sulla due diligence, ovvero l’efficacia delle certificazioni nel prevenire le violazioni dei diritti umani lungo le catene del valore.
UNA DOMANDA CHE RIGUARDA TUTTA LA MODA ITALIANA
Prato non è soltanto una vertenza locale. È uno dei luoghi in cui diventano visibili le contraddizioni che attraversano l’intera industria della moda: da un lato marchi che vendono artigianalità e prestigio in tutto il mondo, dall’altro filiere nelle quali lo sfruttamento del lavoro è una componente strutturale del modello produttivo.
Non è un caso che molte delle dinamiche denunciate nel distretto pratese richiamino da vicino quelle emerse nelle recenti inchieste della Procura di Milano su importanti marchi della moda italiana, che saranno oggetto anche nel prossimo Rapporto di ricerca dell’Osservatorio Italiano Imprese e diritti umani (OIIDU).
Per l’Osservatorio, approfondire casi come quello di Prato significa comprendere come le violazioni dei diritti umani e del lavoro prendano forma lungo le filiere produttive e quali strumenti possano prevenirle. Significa anche interrogarsi su come le scelte delle imprese si riflettano, direttamente o indirettamente, sulle condizioni di lavoro reali delle persone. Al centro vi è la stessa domanda: fino a che punto un’impresa può considerarsi estranea a ciò che accade lungo la propria filiera?
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