di Sara Le Xuan, Consulente senior a|place
«Bisogna uscire, e camminare. Camminate e vedrete che molti dei presupposti
sui quali si basano i progetti sono sbagliati. […] Non c’è alcuna logica che possa essere
imposta dall’alto alla città, è la gente a generarla, ed è a essa, non agli edifici,
che dobbiamo adattare i nostri piani».(Jacobs, 2020, pp.34-35″)
Riqualificare e trasformare pezzi di città significa, prima di tutto, confrontarsi con i bisogni, le aspirazioni e i desideri delle comunità che abitano quei luoghi. Ma cosa significa, concretamente, accompagnare una trasformazione urbana quando il contesto è complesso, gli attori sono molteplici e gli esiti non possono essere definiti una volta per tutte a priori?
Da diversi anni, Avanzi sperimenta e sviluppa nel contesto romano pratiche di accompagnamento, ricerca e progettazione orientate alla trasformazione dei luoghi e alla costruzione di nuove forme di relazione tra spazi, persone e istituzioni. È un lavoro che forse abbiamo raccontato poco, anche perché gran parte del tempo e delle energie sono assorbiti dall’operatività quotidiana e dalla complessità che processi di questo tipo inevitabilmente comportano. Eppure è proprio dentro questa operatività che si producono apprendimenti, domande e possibilità di cui vale la pena dar conto.
Il nostro modo di lavorare assume spesso un approccio abduttivo in cui, partendo da ipotesi interpretative, le mettiamo alla prova nei contesti per testarle e ridefinirle. Partiamo dai contesti, dalle pratiche, dalle relazioni e dalle domande che emergono nel corso del processo, nella consapevolezza che la programmazione, soprattutto quando riguarda trasformazioni urbane e processi complessi, raramente procede secondo traiettorie lineari. La ricerca di campo, intesa come pratica immersiva nei contesti di riferimento, diventa così non soltanto uno strumento per conoscere i luoghi, ma una modalità per entrarvi in relazione, comprenderne le dinamiche e orientare progressivamente l’azione.
È in questa prospettiva che si collocano i tre progetti romani che racconteremo nelle prossime uscite. Più che tre esperienze concluse, sono tre processi ancora in corso, attraverso i quali stiamo sperimentando modalità differenti di accompagnare trasformazioni che coinvolgono contemporaneamente lo spazio fisico, le pratiche d’uso, le relazioni tra gli attori , la gestione dei conflitti e le forme di attivazione delle comunità.
C’è, in questo, una piccola inversione di prospettiva che ci interessa esplicitare. Schön ha descritto il lavoro del professionista riflessivo come una pratica capace di interrogarsi e di apprendere dall’esperienza nel corso dell’azione. Noi ci troviamo, in qualche modo, a fare queste riflessioni durante l’azione: mentre i processi sono ancora in corso, mentre le relazioni si stanno costruendo o consolidando, mentre alcune domande hanno trovato una risposta e altre sono ancora aperte, altre, ancora, stanno per emergere. Le considerazioni che seguiranno nelle prossime uscite, non sono quindi il risultato di uno sguardo retrospettivo su esperienze già compiute, ma il tentativo di costruire una riflessione critica lungo il corso di un’azione ancora in essere. La distanza necessaria per osservare e interpretare ciò che accade è, inevitabilmente, ancora parziale: ce la stiamo guadagnando mentre lavoriamo, perché siamo dentro il processo, dentro i luoghi e, soprattutto, dentro le domande che questi ci pongono.
È proprio questa condizione di prossimità che ci porta a soffermarci sul nostro fare, agire. I progetti che seguiamo – o, meglio, i processi che accompagniamo – comprendono una molteplicità di azioni, alcune tangibili e altre più immateriali, che agiscono contemporaneamente sui luoghi e sulle persone. Progettare, in questo senso, non coincide soltanto con la definizione di un assetto spaziale o con la produzione di un esito finale: significa mettere in relazione il modo in cui un processo prende forma con il contesto nel quale interviene.
Il fare, come suggerisce Ingold (2013), può essere inteso proprio come una modalità concreta di relazione con il mondo: un fare attraverso il quale si conosce, si esplora e si interviene, facendo emergere possibilità che sono già, almeno in parte, implicite nei luoghi.
Fare non significa quindi soltanto realizzare qualcosa, ma costruire le condizioni perché nuovi usi, nuove pratiche e nuovi immaginari possano prendere forma.
I luoghi, del resto, non sono entità statiche, ma sono continuamente prodotti e ri-significati dalle pratiche sociali che vi si svolgono (Cresswell, 2004; Crosta, 2010). Anche l’uso temporaneo, l’uso inatteso, l’uso parziale o persino il non-uso possono diventare modalità attraverso cui uno spazio urbano acquista nuovi significati e nuove possibilità (Arefi, 2014).
Da questa prospettiva, fare progetto nei luoghi significa interrogarsi non soltanto su come trasformarli, ma, soprattutto, su come possano essere abitati, utilizzati, riconosciuti, gestiti. Significa osservare ciò che le persone già fanno, ciò che potrebbero fare e le condizioni che possono permettere loro di diventare protagoniste della trasformazione.
La dimensione progettuale si intreccia così con quella relazionale e con la capacità degli attori locali di attivarsi, costruire alleanze e contribuire alla valorizzazione di luoghi percepiti come significativi (Healey, 1998; Crosta, 2010).
È in questo spazio tra progetto e processo, tra ricerca e azione, tra trasformazione fisica e trasformazione delle pratiche, che si collocano le esperienze che abbiamo scelto di raccontare:
- Parco delle Tre Fontane. Quando un progetto di paesaggio si costruisce a partire dall’esperienza di chi lo vive
- Corviale. Rigenerazione urbana e valorizzazione delle energie sociali
- Vigne Nuove. Persone, luoghi e benessere emotivo al centro del progetto We-Z
Tre progetti, tre contesti e tre modalità di agire.
Ma anche tre occasioni per porci, ancora una volta, una domanda: che cosa significa, oggi, fare progetto nei luoghi insieme alle persone che li abitano?
Nelle prossime settimane proveremo a rispondere a questa domanda partendo non da ciò che avevamo previsto, ma da ciò che sta accadendo.
Segui con noi questo viaggio. A breve il prossimo capitolo!
Letture consigliate:
> Crosta, P. L. (2010). Pratiche. Il fare e l’usare sulle tracce dell’azione pubblica. Milano: FrancoAngeli.
> Ingold, T. (2013). Making: Anthropology, Archaeology, Art and Architecture. London-New York: Routledge (tr. it. Fare. Antropologia, archeologia, arte e architettura, Milano: Raffaello Cortina Editore, 2019).
> Jacobs, J. (1961). The Death and Life of Great American Cities. New York: Random House (tr. it. Vita e morte delle grandi città, Torino: Einaudi, 2009).
> Schön, D. A. (1983). The Reflective Practitioner: How Professionals Think in Action. New York: Basic Books (tr. it. Il professionista riflessivo. Per una nuova epistemologia della pratica professionale, Bari: Dedalo, 1993).
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