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Finestre di policy, occasioni perse e buoni propositi per il 2022

Di Erica Melloni, Senior Manager a|change

Due anni dopo l’inizio della pandemia è spontaneo riflettere sulle occasioni che il Covid-19 ha fornito ai policy makers italiani per modificare e ripensare le proprie decisioni pubbliche. Quali occasioni sono state colte e quante sono andate perse? Qual è la direzione verso cui si sta andando nel 2022?

La finestra di policy è un affascinante concetto della public policy analysis, illustrato da John Kingdon nel suo splendido libro “Agendas, Alternatives and Public Policies“. In questo libro l’autore descriveva le decisioni pubbliche come dei flussi (streams), non completamente casuali ma neanche del tutto razionali, di problemi, soluzioni e attori, che talvolta si incontrano dando luogo, appunto, alle scelte pubbliche. Le finestre di policy sono quelle occasioni che vale la pena cogliere perché consentono di modificare le agende politiche, in modo tale che alcuni problemi cronici o latenti vengano finalmente affrontati e magari risolti con decisioni consensuali e possibilmente creative.

Credo che tutti gli studiosi di public policy abbiano guardato al Covid-19 come ad evento nefasto che poteva però aprire una finestra di policy: una opportunità, nella tragedia delle tante vite perse oltre che delle ripercussioni negative sull’economia ed il lavoro, per affrontare alcuni dei problemi latenti del Paese.

A due anni dall’inizio della pandemia viene da chiedersi quindi se il Covid-19 abbia effettivamente rappresentato un’occasione per modificare in modo inatteso il corso delle politiche pubbliche, come nel film sliding doors.

Per questo credo sia importante avviare la riflessione sui cambiamenti, positivi e non incrementali, attribuibili alla pandemia e quelli che avrebbero potuto essere, ed invece non sono: le porte che non si sono aperte, le occasioni perse.

Tra i cambiamenti positivi e non incrementali causati dal Covid c’è senza dubbio l’incremento forte del ricorso al digitale, in particolare nella Pubblica Amministrazione. Su questo fronte il nostro paese nel 2019 si trovava in forte ritardo: solo il 23% dei cittadini italiani nel 2019 aveva interagito con la Pubblica Amministrazione in modo digitale, contro una media UE27 del 53%[1]. I dati 2021 non sono ancora disponibili, ma quelli del 2020 mostrano già una crescita di cinque punti percentuali del dato italiano, mentre a livello EU la crescita è stata di due punti percentuali[2].

Sono senz’altro cresciuti anche strumenti e competenze digitali di chi lavora nel settore pubblico, che ha sperimentato in modo massiccio lo smart-working nel corso del 2020 e in misura attenuata l’anno successivo. Un cambiamento che non riguarda solo la Pubblica Amministrazione: alcune indagini sul terzo settore e sul mondo cooperativo che abbiamo di recente realizzato[3] confermano il salto tecnologico anche in questi settori. La strada da percorrere è ancora lunga, ma tracciata: gli investimenti del PNRR faranno il resto se verrà mantenuta salda la barra verso lo sviluppo tecnologico del paese, che avremmo dovuto già sperimentare, ma come si dice: meglio tardi che mai.

Vi sono anche occasioni perse, e il rischio è che la potenzialità di innovazione sospinta dall’emergenza Covid-19 si disperda nelle pastoie di un ritorno alla normalità pigro, poco fantasioso ma forse per questo rassicurante.

Ne abbiamo alcuni esempi proprio in questi giorni. Le Università, che avevano prodigiosamente retto all’ondata del Covid-19 portando online didattica ed esami di profitto, con l’avvio del nuovo anno accademico hanno decretato, in ossequio alle indicazioni ministeriali, il ritorno alla piena normalità. Hanno cioè imposto la presenza fisica di studenti e studentesse per corsi ed esami, certamente per garantire una maggior qualità di studio e di interazione sociale, ma senza apparentemente cogliere le opportunità che l’erogazione online può offrire.

Gli studenti che avevano sperimentato queste opportunità solo l’anno scorso hanno richiesto modalità più flessibili e miste (per andare in Erasmus, per conciliare studio e lavoro, per evitare di pagare l’affitto, ecc.), restando inascoltati, in cambio di un ritorno al passato davvero prematuro e forzato. E in queste ore si assiste perplessi alla corsa per soluzioni di emergenza, ancora più rocambolesche che durante il primo lock down, per rispondere al picco di contagi di studenti e docenti e al rischio di aumentarli ancora in un mese dedicato agli esami. Soluzioni intermedie esistono e sono praticabili. Per coglierle bisogna però guardare avanti, non all’indietro.

Un’altra occasione persa riguarda il lavoro online. La Pubblica Amministrazione durante la pandemia ha sperimentato lo smart-working per quasi il 70% degli oltre tre milioni di dipendenti della PA. Certamente ci sono stati disservizi forti, soprattutto nelle aree della PA più arretrate e che meno avevano investito su personale, strumentazione adeguata e aggiornati sistemi di controllo.

Ma anche qui le opportunità sono state importanti, sia dal punto di vista della decompressione dei calendari urbani, a beneficio di tutti, sia dal punto di vista dell’imponente crescita digitale della PA e dei suoi dipendenti che si è verificata grazie a questa esercitazione di massa.

Tutte le amministrazioni erano state invitate a programmare il lavoro digitale con i POLA, i piani organizzativi per il lavoro agile da approvare entro gennaio 2021. Sforzi quasi vani, vista la reprimenda del Ministro della funzione pubblica sullo smart-working (si veda l’articolo del 9 settembre 2021 dal titolo epigrafico ‘Tornare al lavoro’, per Il Foglio) che, con il picco odierno dei contagi ancor di più acquista il sapore di una scelta miope e di un’occasione persa. E un po’ impietosisce la circolare del Ministro ad ‘usare al meglio la flessibilità già consentita dalle norme’ apparsa solo qualche giorno fa per rispondere all’ondata di contagi delle festività.

Fin qui alcune delle occasioni colte e di quelle perse. L’augurio per il 2022 è che il new normal non si traduca nella rincorsa nostalgica a quel che eravamo nel 2019. Ma che sia piuttosto l’occasione per ripensare alle opportunità che potrebbero derivare, alle persone e ai territori, da politiche pubbliche più innovative e coraggiose, capaci di cogliere la finestra di policy malauguratamente aperta della pandemia. Per far questo serve naturalmente qualcuno – a questo dovrebbero servire i policy maker – che sappia concettualizzare e perseguire strategie creative e non incrementali.

Fosse solo per dare un senso agli enormi costi umani e materiali che la pandemia ci è costata, dovremmo tutti fare e chiedere di ottenere il massimo dell’innovazione da questo dramma.

 

[1] Nostre elaborazioni su dati Eurostat https://ec.europa.eu/eurostat/home

[2] https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/tin00012/default/table?lang=en

[3] Per il progetto Adotta una buona pratica promosso da Social Value Italia, e per Coopfond.

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