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Impresa condivisa, desiderio collettivo

di Giovanni Pizzochero, Head a|discover

Un’impresa non è solo un’attività economica, ma una scelta di condivisione del rischio (e della sfida di restare). La Casa del Parco Adamello nasce così: come infrastruttura territoriale, spazio condiviso e processo collettivo capace di generare un futuro desiderabile.

Le storie contano solo se hanno a che fare con le biografie. Altrimenti restano semplici storie(s). Certe imprese sono tali non tanto per lo scopo di lucro, quanto per la capacità di maneggiare il rischio. Sono imprese nel senso di sfide, prima ancora che veicoli di attività economica. In particolare in territori marginali, di montagna, in un piccolo paese, laddove le biografie contano più delle storie. Laddove l’impresa di restare è quasi quotidiana.

Quando abbiamo avviato la nostra gestione della Casa del Parco Adamello di Cevo, in Val Saviore, abbiamo costituito un’impresa (Srl, Società Benefit) che nello statuto e nell’idea stessa del progetto aveva un presupposto chiaro: riattivare uno spazio pubblico che si facesse innesco di energie sociali, renderlo economicamente sostenibile (perché non sarà il turismo a lenire le ferite delle montagne di mezzo, ma il lavoro) e restituirlo a una comunità resa imprenditiva dal desiderio acceso dall’orizzonte del possibile. In altre parole: si può fare, facciamolo insieme. Costruiamo una imprenditività diffusa, non tanto per gestire la Casa del Parco in sé, ma per valorizzare e riaccendere quella “capacità di futuro” già presente nella comunità. Una intraprendenza territoriale.

Abbiamo provato a costruire uno spazio permeabile, capace di intercettare il desiderio di chi abita il territorio o sceglie di farlo, fino a lasciare che quel desiderio si trasformi in azione, in agentività, ne modelli le forme, restituisca lo spazio alla comunità come organismo vivo e non come servizio erogato.

Esplora, sperimenta e incontra non è solo il payoff o una dichiarazione d’intenti, ma una bussola operativa. Esplorare ha significato mettersi in ascolto dei luoghi e delle loro tensioni, senza pretendere di risolverle; sperimentare ha voluto dire accettare l’ipotesi dell’errore, provare forme ibride, non consolidate; incontrare, infine, ha significato assumere la relazione come materia prima del progetto, prima ancora dei contenuti o delle attività.

Casa del Parco Adamello nasce con questa intenzione. Non come luogo da presidiare, ma come spazio da attraversare e, nel tempo, da “(ri)consegnare”. L’idea era che la gestione potesse aprirsi progressivamente a soggetti locali, a nuovi abitanti, a persone disposte a prendersi una responsabilità non solo operativa ma anche progettuale. Non per rinunciare a una visione, ma per metterla alla prova nella relazione con chi quel luogo lo vive quotidianamente.

Allo stesso modo, nel nostro modo di lavorare sui territori, non ci interessano solo le storie della comunità. Ci interessano le biografie. I percorsi individuali, le scelte di vita, gli spostamenti, le fratture, i ritorni. Perché è dentro queste traiettorie personali che la Val Saviore cambia davvero forma: quando una scelta individuale diventa pratica condivisa, quando un desiderio trova un luogo in cui provare ad atterrare.

È a partire da qui che è nata l’esperienza di Avanzi Discover e della Casa del Parco Adamello di Cevo. Non come progetto dimostrativo né come semplice presidio culturale, ma come tentativo di costruire un’infrastruttura territoriale capace di stare nel tempo, di assumere rischio e di generare possibilità reali.

UN’IMPRESA, NON SOLO UN PROGETTO

Avanzi Discover è nata come una società di Avanzi, ma non ne è una semplice articolazione operativa. È uno spazio di sperimentazione imprenditiva che condivide visione e valori, assumendosi però il rischio diretto dell’operare. La scelta di lavorare attraverso una forma d’impresa non è stata accessoria, ma costitutiva: ci interessava mettere alla prova l’idea che la presenza nei territori potesse essere non solo temporanea o progettuale, ma continuativa, responsabile, capace di stare economicamente nei luoghi.

Gestire la Casa del Parco come impresa ha significato fare una scelta precisa: condividerne il destino. Per noi, come soggetto imprenditoriale; per il territorio, come spazio che accetta di scommettere su un futuro non garantito. Rendere imprenditiva la presenza (in un’area cosiddetta a fallimento di mercato è plausibile che un progetto di impresa possa fallire) significa esporsi, rinunciare a una posizione neutra, assumere che ogni scelta – culturale, organizzativa, economica – produce effetti reali. Un rischio che si è ripercosso nei conti: tre anni di fatica e poi finalmente il pareggio di bilancio. Che ancora una volta ci dice che si può fare, difficile ma si può fare. È possibile gestire uno spazio ibrido in forma di impresa.

Casa del Parco Adamello ha funzioni diverse: ostello, ristorante, spazio culturale e di riflessione, biblioteca, spazio di aggregazione. Un luogo pubblico nella natura, ma capace di tenere insieme accoglienza, produzione culturale, lavoro e sperimentazione. Uno spazio pensato per far incontrare chi abita la valle e chi la attraversa, chi resta e chi arriva, senza separare rigidamente questi ruoli.

DALLA GESTIONE ALLA CORRESPONSABILITÀ

Con il tempo è emersa l’evidenza che comunità, partecipazione e desiderio collettivo dovessero trovare traduzione anche nelle forme di governance. La struttura del progetto chiede di evolvere per accogliere pienamente queste dimensioni.

Tra gli ultimi mesi del 2025 e l’inizio del 2026, Avanzi Discover ha scelto di compiere un passaggio ulteriore. Prima facendo entrare Andrea Viganò, attuale coordinatore della Casa del Parco, come socio della società, accogliendo e sostenendo la sua volontà di intraprendere un proprio percorso imprenditoriale dentro il progetto. Una scelta coerente con l’idea iniziale: chi tiene quotidianamente in mano un luogo deve poter partecipare anche alle sue decisioni future. Non una delega gestionale, ma una responsabilità condivisa.

Successivamente, proprio in questi giorni, un aumento di capitale ha permesso a otto persone fisiche di acquisire una quota simbolica della società. Persone che hanno lavorato al progetto fin dalla sua genesi o che, nel tempo, ne sono diventate parte attiva, contribuendo a costruirne contenuti, immaginari e traiettorie, nuovi abitanti. Non figure esterne coinvolte occasionalmente, ma soggetti che hanno scelto di legarsi al progetto in modo più profondo.

In parte si è trattato di qualcosa di ispirato ad un worker buyout [1]. In parte l’esito della costruzione intenzionale di una comunità di desiderio che ha scelto di mettersi in gioco anche sul piano dell’ownership. Non solo partecipare, non solo contribuire, ma assumere una responsabilità formale. Accettare il rischio come parte del patto.

GOVERNANCE APERTA, MANDATO PLURALE

Questa operazione ha prodotto almeno due effetti rilevanti.
Da un lato, una governance più partecipata e aperta anche a persone che abitano il territorio. Una struttura che non chiude il progetto su sé stesso, ma lo rende più poroso, più attraversabile, più esposto alle relazioni. Un approccio più democratico allo strumento impresa, un microscopico esperimento di democrazia economica.
Dall’altro, una maggiore forza del mandato a operare sul territorio. Allargare l’ownership significa integrare più voci, più sguardi, più sensibilità nel modo in cui il progetto prende posizione, fa scelte, immagina il futuro. Non per eliminare il conflitto o le differenze, ma per riconoscerli come parte integrante di un percorso che vuole stare nei luoghi senza semplificarli. Significa integrare una governance condivisa, accogliere un mandato ad operare più ampio e forse più rappresentativo.
In questo senso, Casa del Parco non è più solo uno spazio fisico, ma un processo in continuo divenire: un tentativo di costruire, attorno a un luogo, una comunità che sceglie di restare, di legarsi, di assumere un pezzo di futuro come responsabilità condivisa.

Per approfondire:

> Scopri Avanzi Discover
> Il 2026 di Avanzi Discover: MOLTIPLICAZIONI
> Leggi la nostra ultima Relazione di impatto

Note:

[1] Il workers buyout è un meccanismo che consente la costituzione di nuova imprenditorialità attraverso il percorso di acquisto di una società, realizzato dai dipendenti dell’impresa stessa. Il meccanismo ha origine sin dagli anni 80, quando proprio per facilitare la costituzione di nuove cooperative fu promulgata la legge Marcora.

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