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Innovazione sociale e disobbedienza: l’intenso dibattito ad Avanzi sul caso Lucano

Innovazione sociale e disobbedienza - il caso Mimmo Lucano
C’è dibattito in queste ore nelle chat di Avanzi. La sentenza di primo grado che ha comminato 13 anni e 2 mesi a Mimmo Lucano, già sindaco di Riace, ha sollevato una reazione forte in rete e nella società. E fa riferimento ad ambiti e valori che pratichiamo da anni.

Il dibattito, per questo ve lo raccontiamo, non si infila nei meandri delle questioni giuridiche, anche perché si dovrà attendere il dispositivo per capire perché il giudice di Locri abbia disposto una pena che si avvicina al doppio delle richieste del Pubblico Ministero, cioè dell’accusa.
Il punto che ci investe direttamente è quello dell’innovazione sociale quando si verificano comportamenti che spostano l’asticella in una direzione imprevista rispetto a leggi, istituti normati per legge, percorsi che richiedono l’osservanza rigorosa di tutti quelli che si occupano di bene pubblico.

Fra i messaggi della chat interna, per svelare qualche interessante retroscena c’è chi sostiene:

Se l’innovazione auto-definisce il proprio campo esclusivamente nel rispetto delle regole (obsolete e totalmente inadeguate alle complessità del mondo) delle prassi e del “non si può fare” smette di essere innovazione. 

E chi ancora chiosa ricordi di esperienze di lavoro in Calabria così:

Non credo che le norme siano le avversarie delle “buone politiche”, ma le leggi e le regole non bastano se non ci sono idee, coalizioni, coraggio, volontà strenua di fare bene, e possibilmente anche capacità, in larga quantità. Sul piatto della bilancia e del giudizio devono starci entrambi gli aspetti, regole e risultati, altrimenti come si dice, l’operazione è andata a buon fine ma il paziente è morto. Continueremo a premiare con l’assenza di grattacapi quegli amministratori che per paura di sbagliare non fanno un bel niente e noi potremo tranquillamente continuare a girarci dall’altra parte.

Da una parte, c’è una norma e i suoi volenterosi custodi. Dall’altra, c’è più o meno tutto il resto: le persone e i fenomeni globali, le risposte tentative e i processi di policy, le sperimentazioni sociali e il ruolo del governo locale, la nuda vita e le fearless cities. Di là, ci sono la soggezione e la reverenza dovuta o comunque prevista nei confronti della legge; dalla parte opposta, c’è il doversela cavare, la cruda realtà, i percorsi di riattivazione di corpi e spazi abbandonati a se stessi e la reverence for life.

Sembra Riace, eppure è il mondo.

La condizione nomo-dipendente cui sono assoggettate nel nostro Paese le politiche pubbliche – c’è sempre bisogno di una legge per trattare un problema pubblico, le politiche sono concepite come set di procedure in osservanza della norma e dell’implementazione qualcuno si occuperà – riconduce l’azione amministrativa al principio della conformità, che con l’efficacia e la pertinenza rispetto ai problemi non c’entra nulla.

Trovare soluzioni sperimentali a problemi complessi è fare innovazione e, spesso, si nutre dell’anomalia.

Il tema è quanto mai delicato. Rispettare la legge è fuor di questione. Infrangerla per motivi politici, sociali, umanitari sottopone chi lo fa alla sanzione (dell’esagerazione del giudizio han scritto in molti). E in effetti, a Riace, l’imputato Lucano non si è mai sottratto né alle sue responsabilità, né al processo.

E però questa vicenda ci dice cose che tocchiamo spesso con mano, evoca storie umane di sofferenza per burocrazie ottuse, norme stortate da campagne elettorali permanenti e allora resta il grande dilemma: le leggi sono una evoluzione che attinge ai bisogni e alle necessità del reale, non una limitazione dell’evoluzione dell’innovazione, specie se riguarda le vite delle persone. Quindi?

Quindi il caso di Mimmo Lucano è un esasperato esempio, o anche uno strappo doloroso, dentro il percorso che affronta l’innovare a livello sociale, per le persone e gli spazi e per le regole della comunità. Il principio guida, nella storia del diritto, è quello della legalità democratica: una legge deve essere rispettata, ma può essere cambiata laddove le esigenze reali e sociali dicono che diviene obsoleta o si pone come ostacolo allo sviluppo della società.
La legalità democratica vive di strappi e disobbedienze, che però portano prima o poi a un adeguamento normativo, specie se la richiesta di adattamento legislativo diviene patrimonio comune della collettività amministrata.

C’è il tema, non lo nascondiamo e di questo è stato scritto qui, dell’essere inattaccabili poi nelle procedure, nella trasparenza. Laddove, però, sia consentito dire che le effrazioni portano a multe, mentre in questo caso a far gridare gran parte degli operatori del sociale e dei diritti è come il caso sia divenuto penale, ipotizzando fattispecie che spostano l’asse della rivendicazione politica sulla realtà di Riace, che è mondo.

Un altro messaggio dell’intensa discussione dentro Avanzi, per chiudere.

La legge va rispettata sempre, nella lettera prima ancora che nello spirito. Il rispetto della forma è tutto, perché il diritto è forma. Quando una legge è (ritenuta) ingiusta, la si viola apertamente, attraverso la disobbedienza, e si accetta la pena. Gandhi, Pannella, eccetera. Non si tratta di “stare dalla parte” di Mimmo Lucano, quasi fosse una questione personale. Qui il punto è che il sistema amministrativo (e la cultura di cui è espressione) è avverso all’innovazione. La vicenda Lucano è uno, l’ennesimo, indicatore dell’inadeguatezza del sistema. Se da qualche parte noi dobbiamo stare, dobbiamo stare dalla parte di chi lo vuole riformare. 

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