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La tenacia della città

La tenacia della città

Di Claudio Calvaresi, a|place

*Questo testo è un estratto con modifiche di un articolo più ampio, intitolato “La città tenace”, che comparirà sul n.20 della rivista Tra il dire e il fare, in uscita a fine gennaio.

I n che misura e in che modo Covid-19 incide sulla città? Moltissimo e in maniera diversificata.
Covid-19 esaspera le condizioni di povertà ed esclusione sociale. Colpisce duro il lavoro invisibile: chi è privo di protezione, i lavoratori temporanei, le occupazioni saltuarie, i non garantiti. Invita i giovani con un lavoro non stabile a lasciare Milano e tornare al Sud. Esclude i ragazzi che non riescono ad accedere alla didattica a distanza, le famiglie che difficilmente riescono a conciliare lavoro, cura e assistenza, le madri lavoratrici.

Covid-19 investe la corporeità, il nostro modo di stare e approssimarci nello spazio, toccare gli altri e la città. Limita il senso del tatto – nota Gabriele Pasqui – e condiziona il con-tatto, lo stare insieme svolto ad una certa distanza. Fa provare nostalgia della densità e del pubblico come assembramento.
Tuttavia, la densità non è solo quella cercata nei raduni, nei concerti dal vivo, nelle feste di piazza. È pure la condizione di chi non può farne a meno: del detenuto, del migrante e rifugiato nei centri in cui li sequestriamo, degli homeless nelle strutture di accoglienza, quella delle famiglie che abitano bilocali. “Il teorema della casa-mondo” è fasullo, nasconde la reclusione domestica, come ci ha ricordato Stefano Laffi. D’altro canto, il pubblico – lo sappiamo – non è solo audience, ma richiama il dominio pubblico, la com-presenza. Luigi Manconi chiarisce che l’assembramento è condizione per il dispiegarsi del pubblico, perché «l’incontrarsi e scontrarsi dei corpi, l’affollamento, il pigiare, il pressare, sono condizione ineliminabile dell’azione collettiva».

Per queste ragioni, Covid-19 ripropone, in modo inedito, il tema della prossimità.
Occorre riconoscergli una sua agency, che esercita condizionando la nostra vita quotidiana, ma anche ridefinendo i termini delle questioni. Covid-19 invita a metterci un altro paio di occhiali. Escludendo che prossimità sia vicinanza estrema (il superlativo assoluto trae in inganno), ci impone di riguardarla come accessibilità, come strategia dell’avvicinarsi senza accrescere la densità, dell’approssimarsi ad una “giusta distanza”. Prossimità è una attitudine: non misura la distanza, ma la disponibilità a muovere verso.

Cosa dunque è la corretta prossimità nell’epoca Covid-19?
Abbiamo appreso che non è l’affollamento coatto delle RSA, neppure lo sport negli spazi dedicati delle palestre, nemmeno l’educazione ammannita dall’istituzione all’uopo dedicata che chiamiamo “scuola”, ci è impedita la pratica teatrale allestita nei posti dalle poltrone di velluto e dal bel lampadario conosciuti come “teatri”.
Covid-19 costringe a ripensare gli spazi dedicati, ma anche, più radicalmente, offre l’opportunità di metterne in discussione il modello di funzionamento, quello che Antonio Tosi definì la “teoria amministrativa dei bisogni”, in base alla quale agli ospedali indirizziamo i malati, ai ragazzi destiniamo le scuole, i disabili psichici li chiudevamo nei manicomi.

Per affrontare adeguatamente Covid-19, ci vorrebbe Basaglia, un movimento per il trespassing e per la de-istituzionalizzazione dello spazio urbano. Tuttavia, come non possiamo pensare di ospitare gli anziani fuori dalle residenze assistite continuando a praticare un modello di assistenza fondato sulla dipendenza, praticare sport nei parchi con le stesse regole e pretendendo l’analogo livello di prestazioni consentito dagli impianti dedicati, immaginare il teatro come pratica di cura senza mettere in discussione la nozione di spettacolo, portare i ragazzi fuori dalla scuola con la medesima assenza di autonomia garantita dal rassicurante set cattedra-banco, così non possiamo riformulare la prossimità se rimaniamo prigionieri di una concezione specializzata dello spazio della città.

La prova la fornisce la medicina territoriale. Sembrano esserci sufficienti evidenze che, alla prima ondata pandemica, hanno meglio reagito i sistemi sanitari fondati sul medico di famiglia, su centri diffusi sul territorio vicini alle famiglie, che fanno da filtro prendendo in carico l’insorgere della malattia ai suoi primi sintomi, riducendo o almeno allentando la pressione sulle strutture specializzate. La prossimità va appunto declinata come accessibilità e giusta distanza: il territorio, facendosi presidio sanitario accessibile alle famiglie, mette queste nelle condizioni di trattare la malattia e allontana la pandemia da dove si trasforma in emergenza sanitaria.

La città è minacciata da un virus che sta consumando ciò che la rende grande: la qualità delle relazioni nutrita dalla vicinanza fisica e dalla densità, l’imprevedibilità, la serindipity, la sorpresa che genera apprendimento, la disponibilità ad incontri ravvicinati (di vari tipi), il suo “essere singolare plurale”.

Ma la città non finirà. Si stanno spegnendo le downtown, le parti specializzate delle città, quelle porzioni di urbano che hanno canalizzato gli investimenti dei fondi immobiliari e definito i lineamenti del mercato urbano nelle città affluenti. Si svuotano le torri monofunzionali destinate al quartier generale delle grandi aziende, sigillate dall’aria esterna, il tipo edilizio perfetto per la diffusione di malattie che prosperano in ambienti privati della ventilazione naturale.

Stiamo vivendo una fase peculiare del dibattito sulla relazione tra aree interne e centri urbani, svolto attorno alla discussione su come e in che misura la crisi del Covid-19 sta ridefinendo le relazioni tra città metropolitane, centri intermedi e aree interne, e soprattutto, su come si intende pilotare questo processo.
Sono emerse due visioni: la prima identifica, in una strategia di cooperazione virtuosa tra grandi città e aree interne, una soluzione mutuamente vantaggiosa; la seconda sostiene che il punto è la ricomposizione dei divari territoriali.

La prima è quella espressa da Stefano Boeri. Covid-19, mentre costringe le città a ripensarsi nel profondo, sollecita i “borghi” alla stipula di un nuovo patto di reciprocità con i poli maggiori (sulla base di modelli di origine francese).
L’ipotesi del patto tra città maggiori e borghi ha il pregio di mettere a tema un punto cruciale: senza un contratto, uno scambio da definire in modo mutuamente vantaggioso, non vi è futuro per i borghi (come si pensava fino a ieri), ma neppure i centri urbani (come Covid-19 ci impone di ammettere) se la passano bene. Rischia però di ridurre la straordinaria biodiversità delle situazioni insediative del nostro Paese alla relazione città-borghi e di proporre una narrazione delle aree interne pacificata, composte di borghi aviti in attesa di accogliere le popolazioni neo-rurali: vi è invece una domanda di ricostruzione di reti sociali e provvista di servizi di cittadinanza, e si registrano conflitti e richieste di riconoscimento da parte di chi è rimasto indietro, lungo la linea di frattura tra posti-che-contano e posti-che-non-contano, che Covid-19, per altro, rischia di esasperare.

La seconda visione, rappresentata dalle posizioni del Forum Disuguaglianze e Diversità e del gruppo di ricercatori costituitosi attorno al progetto “Riabitare l’Italia”, propone una strategia di redistribuzione di opportunità secondo una prospettiva di “liberazione del potenziale di tutti i territori”. Riconoscendo nel nostro Paese una varietà di situazioni territoriali non riducibili alla distinzione tra poli urbani maggiori e borghi, delinea i caratteri di una politica complessiva di transizione ecologica per l’Italia, che fa perno sulle specificità territoriali.

Un orizzonte di senso ragionevole e contemporaneo sembra quello di rendere l’abitare, il produrre, lo scambiare, il vivere in comunità, pratiche pertinenti e generative. Dovremmo rallentare, prenderci del tempo, osservare con attenzione i mutamenti, praticare uno sguardo e un pensiero laterale, sospendere il giudizio, sostituire frame consunti, fare delle sperimentazioni, valutare gli effetti che producono, poi aggiustare il tiro e riprovarci con convinzione.

La città, più che mai oggi nel nuovo regime climatico e in condizioni di Covid-19, non è solo il posto dove allestiamo i nostri piani di vista, che abitiamo (più o meno facilmente). Essa ha una sua agency, in qualche modo “ci abita”. L’urbano ha una sua tenacia, che dobbiamo curare e riprodurre.

Mettere a tema la città come continuum naturale-artificiale con una sua propria “potenza di agire” ci aiuterebbe a costruire una agenda pertinente. Così come, guardare alla città (e costruire politiche per la città), “con gli occhi della città”. È sufficiente condividere l’osservazione che ci propone Bruno Latour, per cui quello che definisce “il nuovo regime climatico” ha ribaltato i tempi della storia umana e della storia naturale: la prima appare oggi fredda e lenta, se comparata alla seconda, divenuta frenetica.

La città tenace è una città che mette al centro il progetto dello spazio aperto.
L’attenzione al progetto di suolo è divenuta politica urbana: abbiamo tutti in mente Barcellona, Bordeaux, Amsterdam, Berlino e le tante città che hanno fatto del place making la loro strategia-bandiera. Si è fatta politica pubblica per effetto dell’ibridazione con le pratiche sociali: le azioni a favore della camminabilità e la sottrazione dello spazio collettivo al predominio dell’auto, gli interventi sullo spazio aperto per favorire pratiche sportive o per outdoor education. È una prospettiva da alimentare e rafforzare.

Nella ricerca di una città comoda per tutti e abitabile, nel perseguimento della giustizia spaziale, paiono importanti le sperimentazioni che vanno sotto il nome di “città della prossimità”, della “città a un quarto d’ora”. I soggetti dell’innovazione urbana possono essere gli attori da convocare per una politica di questa natura.
Le esperienze di azione sociale diretta che stanno animando le nostre città e rendendo manifesto quel fenomeno che definiamo rigenerazione urbana via innovazione sociale hanno generato un saper fare che è un capitale straordinario per le nostre città, soprattutto in epoca Covid-19. Proprio perché non hanno allestito recinti per comunità di luogo ma spazi laici per la compresenza di popolazioni radicalmente diverse, sono gli attori con cui costruire oggi spazi accessibili e plurali, abitabili e densi per le nostre community without propinquity.

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