di Giovanni Pizzochero, Head a|discover
Negli ultimi vent’anni, l’innovazione sociale ha rappresentato una promessa potente: quella di tenere insieme mondi diversi, unendo la spinta al cambiamento dei movimenti con l’energia dell’impresa e dell’innovazione tecnologica. Un’idea capace di generare linguaggi, pratiche e istituzioni nuove, ma anche di attrarre risorse e immaginari eterogenei. Oggi, però, quella promessa mostra le sue ambiguità. Ripercorrerne l’evoluzione significa interrogarsi non solo su ciò che ha prodotto, ma anche su ciò che ha evitato: il rapporto con il potere, con la democrazia e con le condizioni reali del cambiamento.
C‘è stato un momento, nei primi anni Duemila, in cui abbiamo creduto che l’innovazione sociale potesse essere il punto di sintesi tra mondi diversi. Un nuovo territorio semantico, una nuova narrazione, ma anche un luogo ibrido in cui contaminare linguaggi e immaginari che fino a poco prima sembravano inconciliabili.
Da una parte l’eredità dei movimenti no global (dopo Genova 2001), con la loro critica radicale al capitalismo e alle sue disuguaglianze e il desiderio di un mondo diverso possibile; dall’altra la cultura emergente delle startup di matrice Silicon Valley, nutrita di ottimismo tecnologico e di fiducia nella capacità individuale di cambiare il mondo, dell’innovazione come mantra e del mercato come infrastruttura indiscutibile. In mezzo, una promessa: costruire alternative concrete, pratiche e scalabili, mobilitando energie, capitali, competenze e rendendo desiderabile l’impegno sociale anche per chi non proveniva né praticava la militanza. Si è dato forma a un lessico comune – impatto, comunità, cura, innovazione – che ha attraversato settori e confini. Ma proprio questa capacità inclusiva è stata anche la sua ambiguità più profonda.
Oggi, guardandolo con un po’ di distanza, quel momento appare meno come un incontro e più come una sovrapposizione instabile.
L’innovazione sociale ha certamente prodotto effetti reali. Ha generato linguaggi, istituzioni, pratiche. Ha reso possibile parlare di impatto, di cambiamento, di trasformazione, ha rimesso al centro parole come reciprocità, equità, accessibilità, anche fuori dai circuiti della militanza. Ma ha anche portato con sé l’idea che il cambiamento potesse essere, allo stesso tempo, radicale e compatibile con le logiche dominanti. Una serie di storie accomunate dalla destinazione, dalla voglia di cambiare il mondo, ma molto diverse come eziologia, come cultura di provenienza.
INNOVAZIONE SOCIALE APERTA
Dall’analisi di alcune di queste pratiche nasce il libro “Innovazione sociale aperta”, un progetto che ha coinvolto diverse Università, coordinato da Alessandro Sancino (Università di Milano) e Mariarosa Scarlata (Università di Bergamo).
Lo abbiamo presentato giovedì 23 aprile presso il nostro coworking, discutendolo con chi lo ha curato e con i protagonisti di alcune delle esperienze che il libro analizza, tra cui Casa del Parco Adamello, Madre Project, BASE e Isola Catania, progetti gemmati o collegati ad Avanzi.

IL NODO DELLA LEGITTIMAZIONE
Nella conversazione che si è aperta attorno al lavoro è emersa con forza una domanda: da dove viene il mandato di chi agisce per il cambiamento? Chi autorizza, legittima, orienta le pratiche di innovazione sociale?
Per molto tempo l’innovazione sociale ha eluso questa domanda, costruendo la propria legittimità su altri piani: l’efficacia, l’impatto, la capacità di risolvere problemi. In questo senso, ha assunto – spesso senza dichiararlo – una postura quasi “post-politica”: se qualcosa funziona, se produce valore, allora è giusto farlo. Ma così facendo ha progressivamente indebolito il proprio rapporto con i processi democratici, con il conflitto, con la rappresentanza.
INNOVAZIONE SOCIALE E DEMOCRAZIA: UN RAPPORTO IRRISOLTO
Da chi proviene e come si esercita il mandato nel lavoro di comunità e più in generale nei processi di innovazione sociale? E, se vogliamo esagerare, quale è il rapporto tra democrazia e pratiche di innovazione sociale (in particolare sui territori)?
Il tema è stato affrontato nel seminario promosso nella stessa settimana da Nuova Ricerca Agenzia RES, cooperativa marchigiana che proprio in questi giorni sta lanciando anche un percorso formativo denominato “TRAMA – Percorsi per intrecciare legami,” uno spazio di sperimentazione e ricerca dedicato alle pratiche di lavoro con le comunità.
«Nothing about us without us», si diceva. E forse l’unico modo per garantirlo è diventare “us”. È abitare i temi sociali, i margini, stare lì, radicarsi. Avendo fiducia nel tempo.
Il mandato non è solo una delega formale, né un’autorizzazione implicita basata sui risultati. È qualcosa che si costruisce dentro relazioni di appartenenza che sono, a loro volta, attraversate – in tempi molto poco compatibili con quelli dell’imprenditorialità – da desiderio, da conflitto, da immaginazione. Senza questa dimensione, l’innovazione sociale rischia di diventare una pratica tecnica, efficiente ma politicamente vuota.
Le riflessioni innescate dagli eventi e pratiche citate, in questo senso, aprono uno spazio importante: ci ricordano che il cambiamento ha sempre a che fare con il potere, con le istituzioni, con la legittimazione. E che non possiamo aggirare questi nodi rifugiandoci nella retorica dell’innovazione. Piuttosto, dobbiamo attraversarli.
VERSO UN NUOVO CICLO DELL’INNOVAZIONE SOCIALE
Forse siamo davvero alla fine di una prima fase dell’innovazione sociale: quella in cui era possibile stare dentro un’ambiguità, tenere insieme istanze diverse senza esplicitarne le tensioni. Non è finita l’innovazione sociale, ma forse la sua “innocenza” sì.
Serve una nuova consapevolezza: il cambiamento non è neutro, le infrastrutture contano, il potere e il capitale si riorganizzano rapidissimi. E senza una chiara postura politica, anche le migliori intenzioni possono essere cooptate.
L’ambiguità non regge più. Le crisi – sociali, ecologiche, democratiche – chiedono posizionamenti più chiari. E chissà, forse siamo alle porte di un secondo ciclo dell’innovazione sociale, dopo questi primi 20 anni. Forse sarà una nuova onda in equilibrio tra movimento politico e persona, tra collettivo e individuale, tra io e noi. Da una parte le piazze di questi ultimissimi anni, quelle di Gaza, quelle del 25 aprile. Dall’altra una nuova spinta nelle persone più giovani, nelle nuove generazioni, attorno a una domanda di senso individuale, di posto nel mondo, sempre più profonda.
In questo senso, la lezione forse più utile che possiamo trarre da questi 20 anni è anche la più scomoda: non basta progettare soluzioni. Serve ricostruire le condizioni perché quelle soluzioni siano radicate, desiderate, legittimate.
«There is no belonging without longing», ovvero non c’è appartenenza senza desiderio, direbbe Tim Ingold. E senza belonging, l’innovazione sociale rischia di restare un dispositivo seducente e “cool”, ma incapace di trasformare davvero la realtà.
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