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Educazione: Sostenere la capacità di aspirare

Sostenere la capacità di aspirare: prospettive per il New European Bauhaus

di Giulia Moresco, junior consultant a|place

Questo testo nasce in seguito al primo appuntamento del ciclo di incontri “Costruire comunità di apprendimento: dialoghi tra scuola e città”: tre conversazioni, stimolanti e generative, incluse nella cornice del New European Bauhaus che, settimana dopo settimana, hanno arricchito la nostra riflessione sul possibile – e necessario – rapporto tra educazione e città.

Il movimento del New European Bauhaus chiede di immaginare nuove soluzioni per affrontare le sfide del presente e del futuro, progettando nuovi modi di vivere – e nuovi spazi per farlo – belli, inclusivi e sostenibili, che siano in grado di mettere in dialogo discipline e saperi diversi.
Alla richiesta del “nuovo Bauhaus”, Avanzi risponde individuando l’educazione come possibile motore di cambiamento e, in particolare, come politica urbana.
Come farlo? Progettando nuovi “esperimenti educativi” in contesti altri, riportando l’educazione nel campo della sperimentazione del reale e del dialogo collettivo, eliminando la dicotomia tra teoria e pratica, il dualismo tra menti e corpi fisici che devono tornare ad abitare lo spazio.

Questo pensiero nasce soprattutto in un momento, la pandemia da Covid-19, in cui ancora di più appare evidente la necessità per la scuola di abbattere barriere, fisiche e non solo.
In questo scenario, immaginiamo che il ruolo educativo si faccia pervasivo: la scuola deve tornare a dialogare con la città e la città stessa deve affermarsi come nuovo soggetto educante e, nel farlo, focalizzare la sua attenzione sugli individui, favorendo in loro la “capacità di aspirare”.

È questo il caso dei progetti presentati durante l’incontro, selezionati in quanto suggestioni per il processo di co-creazione del Nuovo Bauhaus: sono testimonianze di centri culturali, associazioni e pubbliche amministrazioni che, con sguardi e prospettive altre, hanno provato a ripensare a un’educazione dove le persone – bambini e ragazzi ma non solo – fossero davvero al centro. Sono sperimentazioni appena nate o già in essere dove l’assenza di un ruolo codificato permette la trasgressione da usi e consuetudini e la sovversione di gerarchie di potere, verso processi in cui “educati ed educanti” collaborino alla costruzione di un’esperienza trasformativa, dando vita a processi di crescita e capacitazione collettiva. O, come si usa dire, di empowerment.

«Non scuole con banchi ma quartieri, non docenti ma comunità»

BASE – centro culturale ibrido di Milano – si è avvicinato al tema dell’educazione attraverso l’analisi del contemporaneo: nuove sfide, sociali, ambientali ed educative, che richiedono modelli alternativi di apprendere e nuovi strumenti di visione futura. Nasce così Learning Machine, un progetto di sperimentazione nell’ambito dell’apprendimento non formale, fortemente incentrato su una dimensione relazionale e un modello olistico. I partecipanti provengono da background differenti e lavorano in gruppo, incrociando una pluralità di sguardi e prospettive, per interrogare il presente e il futuro e mettere a fuoco vocazioni e talenti personali attraverso pratiche artistiche.
La sovversione qui è nel rimettere al centro la creatività come strumento cardine per la gestione della complessità e dell’incertezza e lavorare in gruppo in una società fondata sulla competizione e il successo individuale. Nell’assenza di scale di merito e valutazione, Learning Machine mette al centro le riflessioni di tutti, con l’idea che il cambiamento si costruisce con la pluralità, di sguardi e voci, non solo di chi è eccezionale ma anche di chi è “normale”.

«Per noi queste persone sono i Fuori di Classe, un termine che sintetizza il talento di persone che sono fuori da un certo tipo di sistema» (Marina Mussapi, BASE)

Fuori di classe, ma in senso letterale, sono anche i ragazzi e le ragazze intercettati dal progetto SePoPas (Sentieri, Ponti e Passerelle) di Associazione Quartieri Spagnoli di Napoli, giovani a rischio di diventare NEET o che già lo sono, spesso provenienti da contesti sociali e familiari a rischio devianza. A loro si propone un’alternativa radicale alla scuola: un ambiente dove apprendere con piacere, in cui gli studenti siano partecipanti attivi in grado di determinare, al pari degli educatori, l’esito dei processi di apprendimento.
Si mette così in discussione un sapere conservativo – da cui gli ultimi sono esclusi – per favorire una pratica in cui sia centrale la partecipazione e non il paternalismo. SePoPas costruisce la sua progettazione sull’empatia, il riconoscimento di voci ed esperienze diverse: i NEET, e i giovani tout court, sono un mondo di mondi, con una varietà infinita di esperienze, condizioni e bisogni, che vanno ascoltati e valorizzati nella loro singolarità e complessità.

Infine, nascono da momenti di ascolto entrambe le esperienze provenienti dalla pubblica amministrazione: Wish MI del Comune di Milano e Scuole di Quartiere, promosso da Fondazione Innovazione Urbana e Comune di Bologna.
Il primo caso auspica a rimettere al centro delle agende politiche il benessere dei minori e lo fa mettendosi in ascolto, chiedendo ai diretti interessati (bambini, ragazzi e famiglie) di esprimere i propri desideri e aspirazioni, spostando così la facoltà di decidere a soggetti normalmente esclusi.

Scuole di Quartiere, invece, nasce dall’individuazione di bisogni ed esigenze di cittadini, emerse attraverso i Laboratori di Quartiere. Supporta progetti fortemente territoriali, nati da proposte della comunità e che alla comunità fanno ritorno. Sono progetti che hanno come frontiera le povertà educative ma parlano di moda, musica, teatro e artigianato, si costruiscono attraverso l’alleanza tra cittadini, terzo settore e istituzioni – che si alternano come docenti e studenti – e hanno l’obiettivo di costruire alleanze, favorire l’emersione di competenze ed energie sociali nei quartieri fragili.

Le aspirazioni prendono forma attraverso l’esperienza del possibile

“Sostenere la capacità di aspirare” è il titolo che abbiamo dato all’incontro e a questo articolo, prendendo in prestito un’espressione di Arjun Appadurai, per indicare che il futuro – dell’educazione e non solo – si fa attraverso la costruzione della possibilità di sognare, desiderare e progettare, di bambini e ragazzi. La povertà, educativa e materiale, è anche deprivazione della possibilità di esprimere e coltivare aspirazioni, per questo, ancora prima di costruire opportunità, bisogna lavorare sulla capacità di tutti di immaginare il futuro.

Educare proviene dal latino educěre, “tirar fuori, estrarre”: gli studenti non vanno “colmati” ma hanno potenziali e aspirazioni da coltivare. Noi, a questa traduzione, vogliamo attribuire un ulteriore senso: far tracimare l’insegnamento, trasgredire ai confini della scuola e alla pratica rigida per poter ripensare e creare nuove visioni future.
Auspichiamo un’educazione che sia pratica di libertà (per citare la raccolta di saggi di bell hooks), che sia generativa, contagiosa, che si fondi e stimoli il potenziale generativo della pluralità e della differenza.
Che scenda in strada, nelle piazze, che entri nelle case e nei luoghi di cultura, e non solo. Che sia in grado di adattarsi a soggetti e contesti nuovi e farsi miccia e cura per le comunità ai margini.

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