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Sul livello del mare: le aree interne dentro una nuova geografia politica

di Giovanni Pizzochero, Head a|discover

Il dibattito che si è aperto nelle ultime settimane attorno alle aree interne è interessante perché, forse per la prima volta dopo molto tempo, sembra andare oltre la consueta retorica dello spopolamento, dei borghi da salvare e dei territori fragili. Anche la polemica tra Christian Raimo e Franco Arminio, nata dentro una discussione più ampia sulla cultura woke, può essere letta in questa direzione.

Raimo, scrittore e intellettuale, raccontando alcune esperienze estive nei piccoli paesi italiani all’interno nel contesto del dibattito politico estivo mainstream (per me surreale e pure controproducente) sulla presunta fine del woke, ha utilizzato quei luoghi per mettere in discussione una certa rappresentazione consolatoria dell’Italia interna, ovvero quella dei borghi autentici, degli antichi mestieri, delle comunità depositarie di valori perduti. Il suo sguardo mette invece in evidenza una realtà fatta anche di isolamento, maschilismo, alcolismo, razzismo, impoverimento sociale e progressiva perdita dei servizi. Arminio, poeta e paesologo, ha reagito rivendicando la complessità dei paesi e contestando uno sguardo che rischia di trasformare un’esperienza parziale in una diagnosi generale.

È un confronto utile, nel quale entrambe le posizioni hanno ragione d’essere. Anche se forse rischia di rimanere intrappolato nella stessa opposizione che pretende di criticare: quella tra chi guarda alle aree interne come luoghi del problema e chi le guarda come luoghi di una possibile rinascita.

Io, invece, credo che la prima cosa da fare sia smettere di pensare alle città e alle aree interne come due mondi separati.

1. LA CITTÀ E L’AREA INTERNA SONO PARTE DELLO STESSO SISTEMA

Non esiste una contrapposizione tra città e aree interne. Esiste piuttosto un sistema di relazioni, spesso asimmetriche, nel quale gli uni sono la continuazione degli altri. L’altezza della montagna si misura “sul livello del mare”. Il concetto di “metromontagna” ha ormai più di vent’anni, le aree interne sono spesso luoghi di contaminazione e residenza temporanea di persone che rimbalzano tra città e montagna.

Le città concentrano università, servizi sanitari, opportunità professionali, cultura, capitale finanziario e capacità amministrativa. Le aree interne producono invece risorse ambientali, servizi ecosistemici, energia, cibo, paesaggi, biodiversità, turismo, ma anche nuove forme di abitare e di produzione sociale. Milioni di persone attraversano quotidianamente questo sistema: si vive in un luogo, si lavora in un altro, si studia in un terzo, si utilizzano servizi altrove.

La stessa definizione istituzionale di area interna adottata dalla SNAI non è una definizione culturale o identitaria: riguarda la distanza dai principali centri di offerta di servizi, in particolare istruzione, mobilità e servizi socio-sanitari. È una definizione “in relazione a”.
Questo è un punto politico importante. La distanza non è una caratteristica naturale dei territori, ma è il risultato di come abbiamo organizzato il Paese.

Per questo credo che la questione sia costruire nuove relazioni tra territori differenti, riconoscendo che la qualità della vita urbana dipende anche da ciò che accade nelle montagne e nelle aree rurali e, viceversa, che il futuro delle aree interne dipende dalla loro capacità di entrare in relazione con le reti economiche, culturali e sociali delle città. La montagna (intesa come luogo da abitare, non come paesaggio da cartolina), ha un potenziale trasformativo sulle persone, tanto quanto la città, seppur attraverso leve e tasti profondamente differenti.

2. LA GEOGRAFIA È TORNATA A ESSERE UNA CATEGORIA POLITICA

C’è poi una seconda questione, che riguarda il modo in cui interpretiamo le relazioni tra luoghi e politica.
Thomas Piketty, con la sua idea di “geoclasse“, ha contribuito a mettere a fuoco un fenomeno che ormai è difficile ignorare: le appartenenze politiche contemporanee non possono più essere comprese soltanto attraverso la classe sociale tradizionalmente intesa. Conta sempre di più dove si vive, quale capitale culturale si possiede, quali reti si frequentano, quali opportunità sono accessibili e quale rapporto si ha con il mondo esterno.

La geografia non è dunque semplicemente lo sfondo sul quale avviene la politica ma una delle dimensioni attraverso cui si costruisce l’identità politica.
Anche in Italia i dati elettorali raccontano qualcosa di simile. Alle Europee del 2024 il centrodestra ha ottenuto complessivamente il 52,6% nei comuni sotto i 5.000 abitanti, contro il 35,9% nelle città sopra i 100.000 abitanti; il centrosinistra segue invece una traiettoria opposta, crescendo sensibilmente con la dimensione urbana.

Non si tratta soltanto della dimensione demografica: il CISE ha mostrato che, a parità di altre condizioni, la distanza dai grandi centri di servizi ha una propria capacità esplicativa del comportamento elettorale. I piccoli comuni marginali del Nord rappresentano uno dei contesti più favorevoli al centrodestra.

La perdita di servizi, la distanza dalle opportunità, la percezione di essere periferici rispetto ai luoghi dove si prendono le decisioni possono produrre sentimenti politici differenti da quelli che maturano nei territori centrali. È una frattura che attraversa l’Italia ma che non coincide semplicemente con quella tra ricchi e poveri, o tra capitale e lavoro, né con quella tra destra e sinistra. È una frattura tra chi sente di essere dentro i flussi e chi sente di esserne ai margini.

3. LE AREE INTERNE COME LABORATORI, NON COME LUOGHI DA SALVARE

C’è però un terzo punto che considero ancora più importante.

Le aree interne non sono soltanto territori nei quali si manifestano problemi. Sono anche luoghi nei quali si stanno sperimentando forme nuove di comunità, di economia e di abitare.

Questo vale per molti piccoli paesi, ma non soltanto per loro. Lo stesso fenomeno si può osservare nelle periferie urbane, nei quartieri marginali, nei territori industriali in trasformazione.

È proprio nei luoghi nei quali il modello precedente mostra le proprie contraddizioni che spesso emergono le sperimentazioni più interessanti.

Nuove cooperative, imprese di comunità, forme di mutualismo, agricoltura sociale, riuso di patrimoni abbandonati, ospitalità diffusa, servizi di prossimità, nuove forme di welfare territoriale. Esperienze diverse tra loro, spesso fragili e ancora minoritarie, ma accomunate dalla ricerca di un modo diverso di produrre valore e di abitare i territori.

Qui entra in gioco quello che come Avanzi e Casa del Parco Adamello abbiamo chiamato comunità di desiderio. Non una comunità costruita soltanto sulla memoria di ciò che è stato, né una comunità definita dalla necessità di rispondere a un bisogno, o una comunità di pratiche. Una comunità costruita invece intorno a qualcosa che ancora non esiste: un desiderio condiviso, una possibilità, una visione di futuro, e capace di innescare l’azione, l’agentività delle persone.

Se raccontiamo le aree interne soltanto attraverso lo spopolamento (o l’overturismo, l’alcolismo, il machismo, il razzismo, per citare Raimo. Tutte condizioni reali in montagna, tanto quanto in molte città, peraltro), rischiamo di produrre una profezia che si autoavvera. Se invece riusciamo a riconoscere le persone che stanno costruendo nuove possibilità di vita, lavoro e relazione, possiamo cominciare a vedere questi territori come infrastrutture di innovazione sociale.

E forse proprio qui può riaccendersi qualcosa che negli ultimi decenni si è progressivamente spento: uno spirito di autodeterminazione.

Non aspettare che qualcuno “salvi” il Paese. Non chiedere semplicemente che lo Stato riporti ciò che è stato tolto. Ma costruire capacità collettiva per decidere cosa può diventare quel luogo. È una prospettiva che riguarda tanto la montagna quanto una periferia urbana.

4. FINALMENTE LE AREE INTERNE ENTRANO NEL DISCORSO POLITICO SUL PAESE

È forse questa la novità più interessante del dibattito attuale. Per molto tempo le aree interne sono state trattate come una questione settoriale: una politica di contrasto allo spopolamento, una misura di coesione territoriale, un problema demografico, una destinazione turistica da valorizzare.

Oggi, invece, cominciano a entrare in una domanda molto più grande: che tipo di geografie vogliamo costruire?

È una domanda politica, non una domanda di marketing territoriale. Riguarda il rapporto tra centro e periferia, tra capitale e lavoro, tra città e campagna, tra servizi pubblici e iniziativa comunitaria, tra mobilità e diritto all’abitare, tra transizione ecologica e nuovi modelli produttivi.

Ma la risposta non può essere una nuova retorica identitaria del borgo (sostituire un nuovo canale tv legato ai territori cancellando Rai Scuola non è una soluzione, ed era il punto da cui partiva Raimo). Serve qualcosa di più ambizioso, serve ricostruire capacità politica nei territori. Riconoscere che città e montagna sono dentro la stessa geografia, la stessa economia, lo stesso ecosistema e, soprattutto, lo stesso destino.

Le aree interne non sono il luogo che viene dopo la città, nemmeno dopo questa torrida estate, nemmeno come consolazione in relazione alla tragedia del cambiamento climatico. Sono uno dei luoghi nei quali il futuro del Paese si sta già sperimentando.

Letture consigliate:

> Sulla “metromontagna” e la decostruzione del borgo da cartolina vi suggeriamo:

> Per approfondire il tema delle geografie del conflitto politico e del voto contemporaneo:

      • Julia Cagé e Thomas Piketty, Una storia del conflitto politico. Elezioni e disuguaglianze sociali, 20213.

> Sull’innovazione sociale e l’agire collettivo dal basso:

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